Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta riflessioni

Bianco - Bret Easton Ellis

Immagine
Ho iniziato questo libro molto incuriosita dal battage pubblicitario che aveva suscitato. Non conoscevo Bret Easton Ellis – persona, e di lui avevo letto solo American Psycho e Meno di zero . Non lo seguivo su nessun social, né ero a conoscenza delle sue posizioni spesso molto radicali, quindi, sostanzialmente, non sapevo quello che mi aspettava e credo che questo sia il modo migliore per approcciarsi a Bianco . È un libro difficile da inquadrare dal punto di vista del genere. Come macro divisione entra nella saggistica semplicemente perché non si tratta di un romanzo, ma non si può dire che sia un saggio propriamente detto, nel senso che non viene esposto un tema scientifico, artistico o antropologico trattato da parte di uno o più autori esperti nel campo. Del resto,  non è nemmeno un’autobiografia propriamente detta, perché sì, Ellis alla fine ripercorre molti episodi della sua vita lungo la narrazione, ma ciò che lo interessa davvero, non è raccontare di sé, ma sostan...

La meditazione del tè

Immagine
Una volta qualcuno mi ha detto che se se si ha tempo bisogna meditare un'ora, se non si ha tempo, due. Si tratta di un paradosso che vuole evocare la necessità urgente che il corpo ha di essere presente a se stesso , senza l'interferenza della mente, che è sempre impegnata in diecimila cose contemporaneamente. La mente indugia nel passato o è proiettata nel futuro, è difficile che stia ferma nel presente, non lo sa fare, è sempre troppo in movimento. Il corpo invece no. Il corpo è uno ed è qui e ora e non sa essere in due posti contemporaneamente, quindi compie uno sforzo incredibile quando gli chiediamo di fare mille cose insieme (la famosa capacità, squisitamente contemporanea, di essere multitasking ).  La stessa persona mi ha anche detto, prendendo in prestito la metafora di un filosofo il cui nome è ormai perso nei meandri della mia labile memoria, che siamo come delle teste enormi, ipersviluppate dal punto di vista cognitivo, appoggiate sopra un corpo minuto...

Il mio alter ego

Immagine
Ma perché su Instagram ti chiami "una vita da Erica "? Eh perché. Dovete sapere che Enrica è un nome incredibilmente meno diffuso di Erica (o Erika). Da ragazzina lo odiavo. Mi sembrava un nome vecchio anche se all'epoca rifulgeva di notorietà grazie alla conduttrice televisiva nostrana Enrica Bonaccorti (classe '49 e ormai non più portatrice dell'appellativo in oggetto), non certo personaggio di cui vantarsi per questa omonimia, ma almeno ogni tanto questo nome risuonava nelle orecchie delle persone tramite la televisione permettendone l'associazione inconscia quando a presentarmi ero io. Caduta in disgrazia la Bonaccorti (che pare le abbia provate tutte per non finire nell'oblio, dandosi addirittura alla scrittura ) questo nome germanico aspro alla pronuncia a causa di quel gruppo consonantico  -nr proprio all'inizio, è sparito dai salotti televisivi finendo nel dimenticatoio. Ed è qui che inizia la nostra storia. - Ciao, io sono Paola, pia...

Il massimo riconoscimento dell'anonimato

Immagine
"Nel vagone della metropolitana, sfidando lo sferragliamento e altri rumori vari, un musicista di strda, con charango e sikuri, suona a ritmo più che veloce El arriero . Il sikuri sostituisce la voce; il charango l'accompagna, con un proliferare di note ben lontano dalla sobrietà della chitarra creola. Mentalmente ripeto lo straordinario testo di Atahualpa Yupanqui: Es bandera de niebla su poncho al viento lo saludan las flautas del pajonal y animando a la tropa por esos cerros el arriero va (Bandiera di nebbia è il suo poncho al vento lo salutano i flauti del campo irto di stoppie e incitando la mandria su per quelle alture va il mulattiere) Ricordo che anni fa un gruppo di "rock argentino" riciclò El arriero , quasi come chi ammaina una bandiera e poi la issa di nuovo [...]. Nel frattempo, il musicista si precipita verso il famoso ritornello, in cui Atahualpa, come in molte altre sue canzoni, inseriva il messaggio sociale, per definirlo in qua...

Non piango più

Quando siamo piccoli piangiamo per qualunque cosa. Nasciamo piangendo, piangiamo se abbiamo fame, se abbiamo sonno, se abbiamo paura. Piangiamo se cadiamo (anche se non ci siamo fatti niente), piangiamo se ci sgridano, piangiamo quando la mamma ci lascia all'asilo e va a lavoro, piangiamo se all'edicola hanno finito le figurine che compriamo ogni lunedì. E piangere è un atto involontario. Ci viene il magone in gola, quel groppo che a volte fa quasi male, gli occhi diventano lucidi e all'improvviso le lacrime spingono per uscire . È qualcosa di naturale, una reazione spontanea come arrossire. E in qualche modo sappiamo che quella reazione involontaria e spontanea, ne genera un'altra, in chi abbiamo accanto. Genera la cura, l'ascolto, genera un abbraccio, una carezza. Ed è quello che forse, inconsciamente, cerchiamo, quando scoppiamo a piangere. Tutti, più o meno, sappiamo cosa fare davanti a un bimbo che piange: lo si prende in braccio, lo si coccola un po’, s...

Il tempo per leggere

Immagine
"Il tempo per leggere è sempre tempo rubato, come il tempo per scrivere, d'altronde, o il tempo per amare. Rubato a cosa? Diciamo, al dovere di vivere . È forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto dovere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo. Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi mai si arrischierebbe?  Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare ? Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva. La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale . La lettura è, come l’amore, un modo di essere. La questione non è di sapere se ho o non ho tempo per leggere (tempo che nessuno, d'altronde, mi darà), ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore." Daniel ...

Nata a Genova

Stasera ho letto il post di un amico che raccontava le sue prime impressioni sul recente trasferimento a Milano, con la sua ragazza. Parlava dello straniamento nell'ambientarsi in una nuova città e scriveva che anche se tra qualche tempo sui suoi documenti ci sarà scritto residente a Milano , potrà sempre consolarsi con il Nato a Bologna . Io manco da Genova dal 2008, ho vissuto a Gallarate, a Roma a Madrid e ora a Milano. E spesso, nelle mie riflessioni e nelle cose che scrivevo, ho lamentato la sensazione di non sapere più quale posto fosse “casa”. La mia vita è costellata di traslochi fin da quando ero piccola. Nata a Genova, ho vissuto a Chiavari fino al compimento del 7° anno di età, quando, appena cominciato il ciclo delle elementari e quindi appena messe le mie esili neonate radici, ecco il primo trasferimento verso Sestri Levante, il luogo dove ho trascorso il tempo più lungo. Per anni ho patito il fatto di non avere la mia cameretta di bambina, quella c...

Resistenze

Alcuni amici a volte, preoccupati dal mio amareggiarmi così tanto per questa umanità alla deriva che dà il peggio di sé nell'ignoranza becera che è venuta fuori dopo i fatti di Parigi, ma che espone orgogliosa se stessa ogni giorno sulla pagina Facebook di Salvini (o sul blog di Grillo per le depravazioni complottiste/antivacciniste) a volte mi dicono di lasciar correre, mi ripetono che non vale la pena di prendersi tanta cura di cercare di aprire gli occhi a chi non vuole vedere e che non basterà nessun libro di storia, nè analisi di qualche sociologio (come Bauman), economista (come Latouche, Vandana Shiva o Amartya Sen) o esperto in politologia (come Chomsky) per frenare la lingua di gentaglia che vomita frasi di Feltri, Salvini, Magdi Cristiano Allam o che riporta addirittura in vita la Fallaci. Ma c'è una grande differenza tra il voler affermare se stessi o le proprie opinioni e fare opera di Resistenza. Perché se io sono convinta che Roma sia la città più bella del ...

Prospettive

Metro. Mattina inoltrata. Una signora, in piedi, guardando una fila di persone sedute e con la testa sprofondata nei propri smartphone, scuoteva il capo indignata e commentava col compagno di viaggio di come i giovani d'oggi (che poi tra le persone incriminate c'erano anche adulti, ecco…) siano completamente schiavi di quegli “aggeggi del diavolo” (sic!) che avevano ucciso la comunicazione e che li isolavano impedendogli di scambiare due chiacchiere coi vicini. Io stavo leggendo un libro. Ero seduta nella fila dirimpetto a quella degli smanettoni tecnologici. La mio vicina stava leggendo un libro; il vicino della mia vicina stava leggendo un libro e l'ultimo della fila leggeva un quotidiano. Tutti in silenzio, facce anche un po’ corrucciate per la concentrazione, teste chine, identiche alle loro. Ho alzato lo sguardo per un attimo e ho guardato la nostra fila e poi la “loro” fila, ho guardato la signora e poi ho ripreso a leggere. Eravamo più virtuosi perché avevamo ...

L'attesa

In quest'era di messaggistica istantanea, di condivisioni in tempo reale, di intere conversazioni digitali (sic!) affidate a un potente server magari collocato in Giappone, di spunte singole e spunte doppie, è difficile riuscire a provare ancora il senso dell'attesa. È ancora comune in ambito sentimentale, negli amori non corrisposti o nel periodo del corteggiamento, in cui anche una doppia spunta blu senza conseguente risposta, riesce talvolta a crearci quel senso del Tempo, quello delle lettere e ancor prima delle notizie riportate oralmente, che dovevano provare i nostri antenati anche non troppo lontani. C'era una sorta di fiducia quasi fideistica, prima. Si attendeva, a volte anche settimane, sereni, confidando in una risposta futura, che sarebbe giunta appena possibile. C'erano tempi obbligati, prima, che cominciavano fin dalla stesura stessa della lettera, continuavano con la sua spedizione e si protraevano fino al tempo della consegna. Era normale, aspe...

Sicilia

Sono stati quattro anni di Guerra Fredda, Sicilia bedda. Collezionavo pietre da metter sopra le nostalgie stantíe di ricordi usati, che ti vedevo accumulare, Sicilia mia. Ma tu hai un tombolo incantato, Sicilia mia bedda, dove intrecci trame, ideali e destini. E il merletto, questa volta, ornava la più stupefacente delle discese verso di te. So che mi hai già perdonata, Sicilia mia bedda, e lo so per ogni cardo, per ogni limone, per i malli schiusi delle mandorle, per la lentezza, per il tuo mare geloso, per le terre aride, per quelle rigogliose, per la storia, potente, che ti scuote da secoli per ogni singolo fico d'india che m'ha ricordato l'unico ricordo che avevo dimenticato. Quanto Si Bedda Sicilia mia.

E neanche se mi pagano, ma tanto non ti pagano

Stamattina in metro, andando a lavoro, ho incrociato un gruppo di volontari Expo. Ce l'hanno scritto chiaramente sulla maglietta, che sono volontari. Da non confondersi con il vero staff, con quelli che lavorano… Parlavano di turni massacranti, di amici che avevano già lasciato e che erano stati per questo “minacciati” di non venire mai assunti per nessuna attività legata a Expo, parlavano di patti non rispettati. E mentre li ascoltavo lamentarsi, delusi e al contempo indignati, ma comunque in tempo per il turno mattutino, mi chiedevo quanto deve essersi distorta la coscienza di classe per aver prodotto creature che, seppur libere, accettano forme moderne di schiavitù regalando il proprio tempo (opportunamente organizzato secondo orari e turni) ad un'organizzazione mondiale che millanta di occuparsi della fame nel mondo, ma attorno alla quale girano milioni di euro e vari delinquenti. Poi una ragazza ha detto una frase che mi ha scioccata: “Tanto pure se te ne vai cos'ha...

Inventiamoci altri tempi

Ciao Carlo. Credo che tu non sia stupito di ‘sta sentenza. Tu le conoscevi bene le retoriche di questa democrazia mantenuta con torture, repressione e oscurantismo. La sentenza è coerente, corretta, prevedibile. Perché sì, il tuo gesto è stato profondamente eversivo, eversivo per un cittadino perbene, così come eversiva è stata la mattanza alla Diaz, per dei poliziotti perbene. E nonostante l'equilibrio di forze sia pesantemente diverso, abbiamo “votato ancora la sicurezza, la disciplina”. Scommetto anche che non te ne frega niente, a te, di avere una strada col tuo nome scritto sopra. Forse preferiresti che la gente capisse. Che lo dimenticassero pure il tuo nome, cos'è un nome? Quel che conta è l'Idea. Tutto il mondo a dire che gli italiani sono un popolo di ignavi, che subiscono e basta, che dovrebbero fare qualcosa, che bisognerebbe scendere nelle piazze, fare la rivoluzione. Poi uno ci prova, a fare la rivoluzione, una rivoluzione rabbiosa, disordinata, strategicament...

Custodire gli spazi

Quest’anno a mia madre regalerò un calendario con foto di lei con me e mia sorella. In una c’è scappato anche mio padre, ma questi son dettagli. Ebbene per venire a capo dell’arduo compito di selezione delle fotografie da mettere nel calendario, ho dovuto spulciare in tutti gli archivi fotografici che ho (e vi assicuro che sono veramente tanti) e prevalentemente in quelli riguardanti le foto di famiglia, dove avevo, verosimilmente, più occasione di veder spuntare la faccia allegra di mia mamma. Questo tuffo nel passato mi è servito, come si conviene ad ogni tuffo nel passato, ad esaminare, ora con occhi diversi e da una posizione squisitamente esterna, un madornale errore commesso nella mia precedente relazione. Sfogliavo quelle foto “di famiglia” e immancabilmente, fatto salvo per il primo anno in cui, a Natale, prima ricorrenza “ufficiale” che incrociavamo, ci conoscevamo solo da 3 mesi, in tutte le altre foto figurava anche il mio ex. Tutti i Natali, dal 2006 al 2010, insie...

American's Dream

I cani ubbidienti, nell’utilità presso di voi, sono secondi solo a  quelli che si fanno il culo . Quelli che si fanno il culo  vanno sempre di fretta. Completano qualsiasi compito in metà del tempo assegnato e ti vengono a chiedere se c’è altro da fare, non mancando di sottolineare che hanno  già  finito di fare quell’altra cosa. Quelli che si fanno il culo  minimizzano. Vengono da un lavoro dove sicuramente c’erano più cose da fare/tempi più stretti/capi più esigenti/colli più pesanti, mentre qui è una pacchia, anche se tu non te ne rendi conto. Quelli che si fanno il culo  lavorano da sempre. A sentir loro i genitori dovrebbero essere processati per sfruttamento minorile. Lavoravano già quando erano a scuola, lavoravano d’estate, lavoravano di sera. È tutta gente  che si è sempre fatta il culo, fin da ragazzini Quelli che si fanno il culo  fanno molto di più di quello che viene loro richiesto e spesso si incazzano con chi si “limita” a...

Per questo scrivo

Immagine
Leggendo una riflessione di qualcuno su internet, ho appena realizzato che io, il mio primo bacio, non me lo ricordo. E non mi ricordo il primo giorno che ho incontrato la mia migliore amica, cosa ci siamo dette? Come ci siamo presentate? Non me lo ricordo. Non mi ricordo cosa ho provato il primo giorno che ho visto quello che sarebbe diventato poi il mio primo fidanzato. Non mi ricordo i primi incontri con molte delle persone attualmente importanti della mia vita. E quelli che ricordo, vanno pian piano sbiadendosi, insieme ad altri ricordi. È passato qualche anno da che mi sono resa conto che io mi ricordo cose random, casualmente selezionate dal mio cervello. Non c’è sistematicità. Non mi ricordo solo le cose belle, o solo le cose brutte. Nè solo le cose importanti, perché, come detto, ci sono un sacco di primi incontri importanti, che non ricordo. Mi ricordo ALCUNE COSE. E altre no. Senza nessun apparente motivo. Per questo scrivo....

Infiniti

C'è una sorta di sadismo crudele nell'atto del dare a creature finite la capacità di percepire l'infinito e la persistenza del tempo e di persone che gli sopravviveranno. Una nonna guarda  il nipote, neonato di cui sa  che non conoscerà l'età adulta perché un certo giorno ormai non troppo lontano cesserà di esistere lasciando in sospeso rapporti umani, letture e magari anche un  corso d'inglese a cui si era iscritta di recente. E voi ditemi come fate a fare pace con tutto questo.