Post

Visualizzazione dei post con l'etichetta ricordi

La meditazione del tè

Immagine
Una volta qualcuno mi ha detto che se se si ha tempo bisogna meditare un'ora, se non si ha tempo, due. Si tratta di un paradosso che vuole evocare la necessità urgente che il corpo ha di essere presente a se stesso , senza l'interferenza della mente, che è sempre impegnata in diecimila cose contemporaneamente. La mente indugia nel passato o è proiettata nel futuro, è difficile che stia ferma nel presente, non lo sa fare, è sempre troppo in movimento. Il corpo invece no. Il corpo è uno ed è qui e ora e non sa essere in due posti contemporaneamente, quindi compie uno sforzo incredibile quando gli chiediamo di fare mille cose insieme (la famosa capacità, squisitamente contemporanea, di essere multitasking ).  La stessa persona mi ha anche detto, prendendo in prestito la metafora di un filosofo il cui nome è ormai perso nei meandri della mia labile memoria, che siamo come delle teste enormi, ipersviluppate dal punto di vista cognitivo, appoggiate sopra un corpo minuto...

Chi non ha manie scagli la prima pietra

Immagine
Come ho raccontato in  Ti lascio l'indirizzo , ho avuto il mio primo cellulare nel 1999 . Era un catorcetto con l'antenna da estrarre durante la telefonate per migliorare la ricezione e che in quanto a messaggi, poteva solo ricevere; non so se fosse proprio così il modello o se furono i miei a mettere un blocco, io so solo che per tutto il primo anno potevo solo chiamare o fare squilli , tanto che avevamo stabilito una sorta di codice per cui uno squillo voleva dire   sì , due squilli   no  e tre squilli   chiamami perché la risposta è più complicata . Essendo ancora immersa, sebbene per il rotto della cuffia, nei gloriosi anni '90, coda del mondo alla vecchia maniera e epoca in cui ancora si scriveva molto a mano e ci si mandavano le lettere , la prima volta che il mio cellulare raggiunse il limite massimo di memoria e non poté ricevere nuovi messaggi fintanto che io non ne avessi cancellato almeno uno, il dilemma si pose nitido davanti a me : rasseg...

Buona festa del papà

Per avermi sempre trattata con equilibrio e per avermi insegnato tutto quello che avresti insegnato anche a un maschio, senza discriminazioni… La bicicletta senza rotelle a cinque anni, con le corse davanti alla Taverna Bianca, con te che un po’ mi tenevi e un po’ mi lasciavi andare per vedere se stavo in equilibrio… Il pedalò dal quale un pomeriggio d'estate mi hai fatto scendere un po’ al largo, insieme a te, per insegnarmi a nuotare, che la mamma moriva di paura, ma io galleggiavo tranquilla perché c'eri tu… Il CIAO usato che mi hai comprato quando avevo 14 anni e i tentativi di guida dal campetto dietro casa che però io una volta sono caduta e non ne ho più voluto sapere. La macchina, quella Lancia Y usata sulla quale mi hai insegnato a guidare subito, a 18 anni ancora da compiere, col foglio rosa, “perché mi fido di più a sapere che guidi tu, dopo che ti ho insegnato io, che non a saperti in macchina con qualche tuo coetaneo che non so se è prudente”, mi dicevi. La strada ...

Nata a Genova

Stasera ho letto il post di un amico che raccontava le sue prime impressioni sul recente trasferimento a Milano, con la sua ragazza. Parlava dello straniamento nell'ambientarsi in una nuova città e scriveva che anche se tra qualche tempo sui suoi documenti ci sarà scritto residente a Milano , potrà sempre consolarsi con il Nato a Bologna . Io manco da Genova dal 2008, ho vissuto a Gallarate, a Roma a Madrid e ora a Milano. E spesso, nelle mie riflessioni e nelle cose che scrivevo, ho lamentato la sensazione di non sapere più quale posto fosse “casa”. La mia vita è costellata di traslochi fin da quando ero piccola. Nata a Genova, ho vissuto a Chiavari fino al compimento del 7° anno di età, quando, appena cominciato il ciclo delle elementari e quindi appena messe le mie esili neonate radici, ecco il primo trasferimento verso Sestri Levante, il luogo dove ho trascorso il tempo più lungo. Per anni ho patito il fatto di non avere la mia cameretta di bambina, quella c...

Sicilia

Sono stati quattro anni di Guerra Fredda, Sicilia bedda. Collezionavo pietre da metter sopra le nostalgie stantíe di ricordi usati, che ti vedevo accumulare, Sicilia mia. Ma tu hai un tombolo incantato, Sicilia mia bedda, dove intrecci trame, ideali e destini. E il merletto, questa volta, ornava la più stupefacente delle discese verso di te. So che mi hai già perdonata, Sicilia mia bedda, e lo so per ogni cardo, per ogni limone, per i malli schiusi delle mandorle, per la lentezza, per il tuo mare geloso, per le terre aride, per quelle rigogliose, per la storia, potente, che ti scuote da secoli per ogni singolo fico d'india che m'ha ricordato l'unico ricordo che avevo dimenticato. Quanto Si Bedda Sicilia mia.

Custodire gli spazi

Quest’anno a mia madre regalerò un calendario con foto di lei con me e mia sorella. In una c’è scappato anche mio padre, ma questi son dettagli. Ebbene per venire a capo dell’arduo compito di selezione delle fotografie da mettere nel calendario, ho dovuto spulciare in tutti gli archivi fotografici che ho (e vi assicuro che sono veramente tanti) e prevalentemente in quelli riguardanti le foto di famiglia, dove avevo, verosimilmente, più occasione di veder spuntare la faccia allegra di mia mamma. Questo tuffo nel passato mi è servito, come si conviene ad ogni tuffo nel passato, ad esaminare, ora con occhi diversi e da una posizione squisitamente esterna, un madornale errore commesso nella mia precedente relazione. Sfogliavo quelle foto “di famiglia” e immancabilmente, fatto salvo per il primo anno in cui, a Natale, prima ricorrenza “ufficiale” che incrociavamo, ci conoscevamo solo da 3 mesi, in tutte le altre foto figurava anche il mio ex. Tutti i Natali, dal 2006 al 2010, insie...

Adimensionalità

Sono da sempre una persona che di rado prende per oro colato quel che le viene detto e che tende, piuttosto, a mettere in dubbio tutto, indagando il come e il perché delle cose e sfociando spesso in atteggiamenti apparentemente gratuitamente polemici. La me seienne non aveva certo preso molto bene il concetto di ASSIOMA in geometria, in quanto non poteva tollerare l’esistenza di principi primitivi e indimostrabili. Euclide mi stava quindi molto antipatico (antipatia che perduró fino al liceo, quando, per la maturità, di matematica portai una tesina sulle geometrie non-euclidee) mi sembrava un nerd spocchiosetto che aveva buttato lì cinque idee dicendo: “È così e basta” e mi chiedevo come fosse possibile che la comunità scientifica avesse accettato dei dogmi simili senza fiatare. Un bel giorno, determinata a smascherare quell’incompetente, presi un foglio bianco, vi disegnai un punto con un pennarello rosso, poi presi una matita e cominciai a tracciare rette che passavano per quel...

I once was lost, but now I'm found

Tu mi volevi docile, più dipendente da te, possibilmente una donna che voleva stare a casa, magari mantenuta, senza troppe aspirazioni, senza troppi grilli per la testa, senza progetti troppo incompatibili con una vita normale e tranquilla, anzi no, serena, come dicevi sempre tu. Biasimavi, mai apertamente, la mia sete di vita, la mia curiosità, la mia libertà interiore. “Bisogna trovare una casa, sistemarsi”, dicevi a me, che avrei mollato tutto per girare il mondo in camper. E ti rincantucciavi in una vita lavorativa che non volevi, solo perché non sapevi immaginarne un'altra. E io pensavo che solo con la solitudine, avrei potuto sentirmi libera davvero, senza “costringere” nessuno ad assecondare la mia inattitudine alle vite, cosiddette “normali”, ma che io preferisco definire maggioritarie. Ora so che non è così. Ora so che, per quanto ti abbia amato, per quanto tu mi abbia amata, non potevo essere come tu mi avresti voluta. E lo stesso tu. Ora so, che si può essere in d...

Introspezioni

A volte diciamo delle cose, in momenti di illuminata lucidità, che poi siamo costretti a rimangiarci per l’andamento degli eventi, non sempre dipendenti dalla nostra volontà. “ Questa me la sposo “ dicesti di me, dopo pochi mesi che stavamo insieme, al tuo migliore amico, in Sicilia. “ Non è certo la donna della mia vita ” dicesti invece a me, di lei, in una delle nostre aporistiche discussioni postume. È curioso osservare, invece, l’epilogo. Il fare di necessità virtù è una debolezza squisitamente umana.

La persistenza della memoria

In giornate come questa mi tornano alla memoria lacrime fuoriose, abbracci da strapparsi via l’anima, disperazione, consapevolezza del non ritorno dopo mesi di sospensioni. “Ti sposi?” “No, peggio” E lo sguardo basso, e l’ammissione disarmante di non aver fatto altro che pensare a come dirmelo. E poi i “Voglio andare a casa da sola” ed era notte e tu eri preoccupatissimo e mi hai seguita con la macchina e il senso di colpa ti opprimeva. E anche a me. E poi le promesse, le chiamate e io che vedevo il tuo nome apparire sul display e piangevo e non ti rispondevo e allora le chiamate a mia sorella e alla mia coinquilina… E il fiato sospeso e quel filo che non si riusciva a recidere. Come se vivesse di vita propria in un universo parallelo dove tutto era successo nel momento giusto e le cose erano andate come dovevano andare. Certi amori sono violenti. Picchi di paradiso che toglie il fiato e abissi di dolore che scortica la pelle. Non conoscono serenità. E forse non sono destina...

Tendinite

Stasera, con una cliente che cercava un libro di esperimenti per il figlio di 9 anni, ci siam messe a ricordare gli esperimenti che si facevano a scuola quando eravamo piccoli noi. Ed è venuto fuori il classico fagiolo nel cotone, i pezzettini di carta attirati elettrostaticamente dalla biro di plastica strofinata sul maglione e altre robe del genere… Io mi son ricordata che la mia prof di scienze un giorno ci portò una zampa di gallina tranciata, che si era opportunamente fatta dare dal macellaio, per spiegarci il funzionamento dei tendini. Lei tirava il tendine, e la zampa si apriva, lo lasciava, e la zampa si chiudeva. Per me fu una scoperta molto affascinante. E niente, pensavo che tra vegani e vegetariani in ogni angolo, oggi, sarebbe stata come minimo denunciata.

Ti lascio l’indirizzo

Immagine
A volte mi dimentico che esisteva un mondo ante internet e ante smartphone. Ogni volta passa sempre un po’ più di tempo tra una volta e l’altra in cui mi rendo conto che c’era un prima , periodo mitico e osannato come il migliore dei mondi possibili, così come tutto quello che sa di vecchio. Mi chiedo se me lo dimenticherò mai del tutto. Se  arriverà mai il giorno in cui non mi ricorderò davvero più com'era prima .  Se assottiglierò gli occhi, assumendo la classica espressione di chi fatica a far riaffiorare qualcosa alla mente, e mi  sforzerò di rievocare la sensazione di tenere una penna in mano e scrivere una lettera … Mi chiedo spesso quale sarà la mia madeleine , un profumo, un’esperienza tattile, o la vista di qualcosa che mi faccia viaggiare all'indietro nel tempo. Sono belli i ricordi inconsapevoli. Siamo tutti pieni fino al midollo di ricordi che non ricordiamo di ricordare. Ci deve essere tipo una sezione del cervello dedicata solo a t...

Tabaccai che non t'aspetti

In me ci son sempre stati due pagliacci, oltre agli altri,  quello che chiede soltanto di starsene dov'è  e quello che s'immagina che più lontano si stia un po' meno peggio.                                                                                                                 Molloy                                                                                                   Samuel Beckett              ...

Genova e le altre

Immagine
Sono fermamente convinta che come l’educazione dei nostri genitori, la nostra estrazione sociale e le persone che incrociamo lungo la nostra strada, anche i luoghi in cui viviamo incidano in maniera determinante sul nostro carattere. Talvolta perché, inevitabilmente, a un luogo è legata una particolare esperienza, altre volte perché quelli di noi che hanno uno spiccatissimo spirito d’adattamento (come la sottoscritta) si amalgamano talmente tanto nel tessuto sociale, da finire per assomigliare ai luoghi in questione. Come i cani ai rispettivi padroni in “Lilli e il Vagabondo”. E non si tratta di assumere solo la calata dialettale o i modi di fare tipici degli abitanti di una certa città o di una certa regione, io credo che, quantomeno nelle persone più sensibili, si innesti qualcosa a un livello più profondo, come una sorta di mutazione genetica che ti rende più permeabile al diverso, più simile all’altro. E non ci si stupisca che io parli di “altro” o di “diverso” pur riferend...