Il libro della scomparsa - Ibtisam Azem

Il libro della scomparsa
Ibtisam Azem

GENERE: Romanzo

PAGINE: 184

PRIMA EDIZIONE: 2014 (ita: Hopefulmonster, 2021)

CITAZIONE:  «Sai cosa significa passare la vita ad aspettare? Aspettare che tornino quelli che sono partiti? Per tutta la vita aspetti. Per tutta la vita parli del passato. Ma intanto il presente cresce e ti divora. Quelli che sono rimasti, un intero popolo, sembrano matti quando parlano di ciò che è stato. Come se non fosse mai stato, o fosse solo un mondo esistito soltanto nella loro immaginazione.»

IN A NUTSHELL: Il mistero avvolge un fatto senza precedenti: verso la mezzanotte di una notte qualsiasi, tutti i palestinesi improvvisamente scompaiono, volatilizzati. Non si sa che fine abbiano fatto autisti, braccianti, medici e infermieri, giovani e vecchi. Cosa potrebbe accadere agli israeliani se i palestinesi non fossero più, allo stesso tempo, il nemico, il capro espiatorio, l’alibi? Cosa succede quando, nella propria vita, scompare il nemico?

VOTO: 4 / 5


Una mattina qualunque in una piantagione israeliana, nessuna delle braccianti della Cisgiordania si  presenta al lavoro. Lo stesso giorno, a una fermata dell’autobus che da Giaffa porta a Tel Aviv, una folla di passeggeri si assiepa minuto dopo minuto, ora dopo ora, nell’attesa di un autobus che non sarebbe mai passato, perché inspiegabilmente tutti gli autisti, per lo più palestinesi, non hanno preso servizio quel giorno. 

Contemporaneamente vengono diramate notizie simili circa gli ospedali, gli esercizi commerciali e addirittura i penitenziari; tutti i palestinesi sembrano essere scomparsi nel nulla. Da questo evento inedito e inspiegabile, prende le mosse il racconto di Ibtisam Azem, giornalista e scrittrice palestinese che in questo suo secondo romanzo (è autrice anche di Sariq al-Nawam – Il ladro del sonno, 2011) immagina la reazione di un popolo, quello israeliano, messo di fronte all’improvvisa scomparsa del proprio nemico e capro espiatorio.

La vicenda è narrata attraverso il dialogo impossibile tra Alaa, cameraman televisivo palestinese e Ariel, giornalista israeliano suo amico nonché vicino di casa. Poiché il libro comincia in medias res, ossia quando tutti i palestinesi sono già scomparsi, l’impossibilità del dialogo tra i due protagonisti non è tanto dovuta a posizioni irriducibili, benché ci siano anche quelle, quanto all’asimmetria dell’atto comunicativo: Ariel agisce e parla nel suo presente narrativo, mentre Alaa risuona come un’eco lontana, una voce stanca e rassegnata che esce dalle pagine del suo diario, ritrovato da Ariel durante un’incursione in casa dell’amico a seguito della notizia della sparizione di tutti i palestinesi.

Se ogni cosa è definita tramite il proprio opposto e quindi sappiamo di stare bene perché conosciamo lo stare male e diamo un nome al giorno perché esiste la notte, cosa accade quando una delle due voci dell’equazione scompare? Dove troverà, l’altra, il suo senso di esistere? 

La bravura di Azem in questo libro è proprio quella di aver saputo rappresentare, in maniera estremamente chiara, l’horror vacui che il popolo israeliano si trova a sperimentare di fronte alla sparizione di massa del nemico. Le prime reazioni sono le più disparate, dall’ipotesi di uno sciopero di tutta la popolazione palestinese al terrore di essere vittime di un machiavellico piano di attacco da parte dei popoli arabi, c’è chi urla al miracolo divino e chi plaude a una presunta operazione chirurgica di pulizia etnica ad opera dell’esercito israeliano; ma più passa il tempo e più si percepisce il diffondersi di un’indifferenza dilagante, anticamera perfetta per svolte autoritarie che l’autrice lascia solo presagire.

La reazione collettiva dell’intero popolo israeliano è messa in parallelo con quella particolare di Ariel, che all’inizio del libro si definisce non sionista e addirittura ateo, ma che poi si lascerà inghiottire dal flusso degli eventi arrivando anche a “discutere” con il suo amico, ormai scomparso da giorni, ribattendo alle parole del suo diario; diario in cui Alaa, a sua volta, parla con qualcuno: sua nonna, in un altro dialogo impossibile poiché ostacolato dalla morte. La nonna di Alaa, venuta a mancare molti anni prima, era rimasta cocciutamente a Giaffa anche quando, dopo la Nakba, tutto il resto della sua famiglia eccetto suo padre, erano emigrati fuori dalla Palestina. Nessuno riesce davvero a parlare faccia a faccia con il proprio interlocutore in una spirale di incomunicabilità che è metafora di quella che intercorre tra israeliani e palestinesi, in quella frustrazione nostalgica e rassegnata di cui sono pregne le pagine del diario di Alaa.

Il libro di Azem è racconto e denuncia da una prospettiva del tutto originale, quasi filosofica. Se io mi definisco in opposizione al mio nemico, chi divento quando il mio nemico scompare? Ma soprattutto ha ancora senso continuare a fare quello che facevo prima? Nel libro Azem immagina infatti che molti coloni abbandonerebbero alcuni dei territori occupati, più inospitali, per trasferirsi nelle zone più ricche e comode del paese

Il finale è aperto e questo è l’unico appunto che mi sento di fare al libro; l’autrice avrebbe potuto osare ancora di più e immaginare un’ucronia che prendesse le mosse dal presupposto da lei immaginato, ma forse il suo scopo non era tanto narrare quello che potrebbe succedere se i palestinesi scomparissero davvero all’improvviso, bensì restituire la voce, flebile, ma persistente, degli scomparsi, degli sfollati, dei profughi, degli stranieri a casa propria.



Originally published by أرابسك – Trame di letteratura e cultura araba

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