Fumi troppo
La porta a vetri era leggermente socchiusa e faceva entrare la brezza gelida delle notti invernali in riviera.
Lei si rigira nel letto, rabbrividendo. Si avvolge un po’ di più nelle coperte, ma non si sveglia.
Lui, invece, è fuori, sul terrazzino, appoggiato alla ringhiera. In verità si direbbe che c’è solo una sigaretta accesa, danzante, a mezz’aria. E una leggera nube di fumo che lo avvolge.
Un colpo di tosse di quelli catarrosi, quasi rantolanti.
Maledizione, s’è svegliata sicuramente
E invece no.
Fumava troppo. Glielo dicevano tutte. Anche quella sdraiata nel letto adesso. Eppure nessuna s’era poi mai lamentata della sua resistenza polmonare in altri frangenti.
Odiava sentirsi dire che fumava troppo. Non tanto per l’evidente intrusione nella sua libertà di farsi venire i polmoni neri – avrà avuto i suoi cazzo di motivi, del resto – ma perché glielo diceva sempre anche lei.
“Quando la smettiamo di fumare?”
E il suo corpo nudo era così bianco, così liscio, così perfettamente al suo posto lì, sdraiato accanto a lui.
E nel dirlo, si accendeva una sigaretta.
Strepitosa.
“Io infatti parlavo al plurale!” e rideva.
E anche a lui viene da ridere adesso, sulla scia del ricordo di quell’appartamento cadente del quale conosceva ogni crepa nel muro, ogni granello di polvere, ogni bicchiere scheggiato.
Un altro colpo di tosse, un po’ più forte. E questa volta quella nel letto si sveglia davvero.
“Amore?”
Non t’azzardare…
Si alza, viene verso la porta a vetri, avvolta nelle lenzuola del letto.
“Amore che fai?”
“Fumo”
“Uff… Lavati i denti prima di tornare a letto”
“Mh…”
E forse anche lui, a volte, la chiama amore. Forse quand’è sovrappensiero, quando sceglie di non ricordare, quando vuole credere che va bene anche così.
E lei, e tutte, lo vedono solo un po’ assente, ogni tanto. Esattamente negli stessi momenti in cui lui ricorda quand’era presente a se stesso.
Ma forse, forse, va bene anche così.
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