Terza puntata di resoconto del nostro viaggio di nozze.
Per cominciare dall'inizio cliccate qui e poi seguite i link in fondo a ogni tappa per leggere tutto il racconto di seguito!
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E ora via da dove eravamo rimasti!
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TERZA TAPPA: Las Vegas - Seligman - Williams
Giorno #3: 12 Febbraio 2019
Km percorsi: ∼420 km
Clima: Las Vegas, sole ∼13° - Williams, leggermente coperto ∼10° (di sera e notte 0°)
Stati attraversati: Nevada e Arizona
Ho goffamente evidenziato in giallo la tappa di riferimento lasciando visibile il resto del percorso che mano a mano si allungherà. Giuro che prima del racconto della prossima tappa cercherò un sistema più esteticamente accettabile per fare questa cosa.
Allora, eravamo rimasti che io e Marito siamo stramazzati sul letto stanchi morti nella città dei droga party e dei Casinò, quando si dice...una botta di vita.
Il punto è che Las Vegas non è proprio il tipo di posto affine ai nostri gusti in fatto di viaggi. E' una di quelle mete di cui si dice: è da vedere, perché dopo averla vista mille volte in film come "Una notte da leoni" o in qualsiasi altro film o telefilm in cui qualcuno dei personaggi decide di andare a passare una notte folle nella città del gioco d'azzardo, viene da chiedersi se è davvero così come la descrivono o se quell'atmosfera di delirio non-stop è gonfiata e amplificata per motivi cinematografici. Fidatevi, non lo è.

Ma diciamo che, per i miei gusti, non è uno di quei posti dove ti viene voglia di tornare o di cui ti rimane la nostalgia.
Ti ricordi di quella costosissima colazione sulla Strip, vista fake Tour Eiffel con quel nugolo di turisti che si faceva la foto sulla fake fontana di Trevi e i ragazzi sbronzi dalla sera prima che vomitavano ai piedi della Nike del Cesar Palace?
Ecco no.
La verità è che non ho mai dato una reale chance a Las Vegas. Ci sono arrivata prevenuta e ho voluto cercare la conferma dei miei pregiudizi e si sa, se non ci si impegna a voler davvero cambiare prospettiva, si trova sempre una conferma dei propri pregiudizi.
Quindi forse, alla fine, dovrò davvero tornarci, cercando di fare tabula rasa sia delle esperienze precedenti, sia delle mie idee preconcette e vedere se riesco a trovarle un'anima, a questa città.
Se volete leggere un'opinione più clemente su Las Vegas e sapere qualcosa anche della città vecchia, Downtown, qui trovate l'articolo di Paola, l'organizzatrice, insieme a Gianni, di questo viaggio.
Ma bando alle ciance e veniamo al nostro giro mattutino lungo la Strip. Abbandonata la sua aura di città del peccato, con le luci spente e illuminata solo dallo splendere del sole, Las Vegas sembra un immenso parco divertimenti stile Gardaland. Avete presente, più che le giostre, tutte le ricostruzioni scenografiche ora del galeone dei pirati, ora delle piramidi dell'Antico Egitto, ora di una cittadina del vecchio West? Ecco, sostituite a questi soggetti i monumenti delle principali città europee (e non solo) con tanto di resort e ristoranti a tema e avrete Las Vegas.
Le riproduzioni sono a volte grossolane, come nel caso della fontana di Trevi, altre volte estremamente realistiche, come Little Venice, ma la verosimiglianza non è un parametro da prendere in considerazione per queste meraviglie del kitsch, l'idea non è quella di imitare i capolavori senza tempo delle varie città, io l'ho visto più come un omaggio, una dichiarazione programmatica: Las Vegas è di tutti e ne ha per tutti, da qualunque parte del mondo proveniate, Las Vegas vi dà il benvenuto e vuole farvi sentire a casa.
Questo, ovviamente, prima che si dica che voglio candidare Las Vegas come città dell'accoglienza 2019, solo se sei disposto a spendere tutti i tuoi soldi in qualche casinò/ristorante/pub/hotel/"servizio extra"/ecc... e questo è dimostrato anche dalla velocità in cui è apparso, sul fake campanile di San Marco, l'augurio per il capodanno cinese che quest'anno iniziava il 5 Febbraio inaugurando l'anno del Maiale.
Venite e spendete, amici cinesi! Del vostro capodanno non ce ne frega una cippa, ma i vostri soldi sono benvenuti, deve aver pensato l'astuto proprietario del Venetian.
Questo "hotel", peraltro è quello, a nostro avviso, più impressionante per quanto riguarda la questione parco giochi di cui scrivevo sopra. Le virgolette sono doverose perché queste strutture non sono mai solo alberghi, ma veri e propri centri multi-attività. All'interno si trovano casinò, gallerie di negozi, ristoranti, palestre, SPA e intrattenimento di ogni tipo. Ogni hotel è una sorta di cittadella autonoma che potrebbe chiudere i propri ponti levatoi al resto del mondo e sopravvivere, come perfetto modello autarchico, per mesi, forse anni.
A ben vedere, osservando alcuni soggetti, verrebbe da pensare che davvero abbiano perso il conto del tempo tra un giro alle macchinette e una sbronza a bordo piscina.
Ma parlavamo del Venetian. Ebbene, se si ignora il paesaggio circostante, sembra davvero di stare a Venezia. È chiaro che a uno sguardo più approfondito i dettagli tradiscano la riproduzione, ma è comunque un colpo d'occhio abbastanza straniante. I turisti si fanno le foto sotto i monumenti e a sbirciare alcune inquadrature, sembra che facciano apposta a escludere tutto il resto, stringere sul soggetto e sul monumento nello sfondo, forse per fingere, anche solo per scherzo, di essere davvero nella città cui quel monumento corrisponde.
Chiudo questo breve resoconto su Las Vegas mettendovi il link del portale VisitLasVegas, dando una rapida scorsa al quale si può capire quanto io non mi sia voluta particolarmente impegnare nel godermi appieno questa città. Un'occasione persa per me!
In tarda mattinata ci rimettiamo in viaggio alla volta della nostra prossima meta: Williams, una cittadina finto Old West, collocata in una posizione strategica per il Grand Canyon.
Scavallato il confine tra il Nevada e l'Arizona, lungo la strada vediamo le indicazioni per Seligman, che la nostra guida ci segnala come paesino caratteristico e quindi decidiamo di fermarci a visitarlo.
Da questo momento in poi, per una decina di giorni buoni, le "città" che visiteremo, raramente supereranno i 1000 abitanti. Sarà un viaggio nell'America rurale (più ancora quando vireremo verso sud) dei paesini di provincia, collegati tra di loro da strade deserte su cui, lasciato un paese, percorreremo centinaia di chilometri prima di incontrarne un altro. Questi paesini, tutti urbanisticamente costruiti allo stesso modo, non potendo vantare centri storici a volte millenari come molti in Europa (e soprattutto in Italia), sono sempre articolati intorno a una strada principale (quasi sempre Main Street) su cui si concentra la maggior parte delle attività commerciali, e da cui si dipana a destra e a sinistra un reticolo di stradine secondarie e vicoletti in un perfetto schema di cardi e decumani.
Seligman non fa eccezione. Collocata nella contea di Yavapai in Arizona, all'ultimo censimento (2000), contava 456 abitanti (fonte: Wikipedia). Dagli anni '20 è stata inserita nella Route 66, storica Highway federale aperta nel 1926 che originariamente collegava Chicago alla spiaggia di Santa Monica a Los Angeles, poi rimossa dal sistema delle highway quando esso stesso fu rimpiazzato dall'Interstate Highway System.
Oggi la U.S. Route 66 esiste come Historic Route 66.
Tagliata fuori poco a poco a partire dagli anni '70 (con l'inizio della costruzione della Interstate 40) ad oggi è una cittadina disabitata che sopravvive solo grazie al turismo legato alla Historic Route 66.
Come dicevo anche Seligman risponde allo schema urbanistico che ho descritto poco sopra e quindi più che farsi una passeggiata lungo la Main Street non c'è molto da vedere. Quasi tutti gli edifici sono costruiti in legno (ma questo non solo in omaggio all'Old West, è proprio una caratteristica americana) e i negozietti sono molto caratteristici anche se alla lunga sono tutti simili.
Ciò di cui beneficiamo sempre è il silenzio e la solitudine. L'essere fuori stagione ci permette di immergerci completamente nell'atmosfera circostante ed essendo finalmente tornati ad una dimensione più raccolta, che ci è decisamente più congeniale, indugiamo qualche minuto in più ad ascoltare il rumore dei nostri stessi passi lungo la strada.
Il clima è mite, il sole scalda, c'è un po' di neve ai bordi della strada, ma si sta bene senza giacca. Il silenzio è perfetto, rotto solo dal cinguettio di qualche uccellino o dall'abbaiare lontano di qualche cane da guardia.
Chiudo gli occhi, rivedo le scene di mille film girati in paesi come questo, Marito cerca disperatamente un caffè, io mi beo del fatto che non si veda una macchina in nessuna direzione.
Siamo tra gli ultimi esseri umani sulla Terra, è in corso un'apocalisse zombie e questo è l'ultimo fortino di difesa che ci è rimasto. Il ka ce lo ha fatto trovare.
Entriamo nel negozio di anticaglie del Mondo di Prima e ci sediamo intorno al fuoco del caminetto con i compagni e le compagne che ci stavano aspettando. Mangiamo la nostra zuppa mentre ricordiamo leggende di Jericho Hill e del Corno di Eld.
Non avete ancora iniziato la Torre Nera? Qui sembra di esserci dentro.
Km percorsi: ∼420 km
Clima: Las Vegas, sole ∼13° - Williams, leggermente coperto ∼10° (di sera e notte 0°)
Stati attraversati: Nevada e Arizona
Ho goffamente evidenziato in giallo la tappa di riferimento lasciando visibile il resto del percorso che mano a mano si allungherà. Giuro che prima del racconto della prossima tappa cercherò un sistema più esteticamente accettabile per fare questa cosa.
Allora, eravamo rimasti che io e Marito siamo stramazzati sul letto stanchi morti nella città dei droga party e dei Casinò, quando si dice...una botta di vita.
Il punto è che Las Vegas non è proprio il tipo di posto affine ai nostri gusti in fatto di viaggi. E' una di quelle mete di cui si dice: è da vedere, perché dopo averla vista mille volte in film come "Una notte da leoni" o in qualsiasi altro film o telefilm in cui qualcuno dei personaggi decide di andare a passare una notte folle nella città del gioco d'azzardo, viene da chiedersi se è davvero così come la descrivono o se quell'atmosfera di delirio non-stop è gonfiata e amplificata per motivi cinematografici. Fidatevi, non lo è.
Ma diciamo che, per i miei gusti, non è uno di quei posti dove ti viene voglia di tornare o di cui ti rimane la nostalgia.
Ti ricordi di quella costosissima colazione sulla Strip, vista fake Tour Eiffel con quel nugolo di turisti che si faceva la foto sulla fake fontana di Trevi e i ragazzi sbronzi dalla sera prima che vomitavano ai piedi della Nike del Cesar Palace?
Ecco no.
La verità è che non ho mai dato una reale chance a Las Vegas. Ci sono arrivata prevenuta e ho voluto cercare la conferma dei miei pregiudizi e si sa, se non ci si impegna a voler davvero cambiare prospettiva, si trova sempre una conferma dei propri pregiudizi.
Quindi forse, alla fine, dovrò davvero tornarci, cercando di fare tabula rasa sia delle esperienze precedenti, sia delle mie idee preconcette e vedere se riesco a trovarle un'anima, a questa città.
Se volete leggere un'opinione più clemente su Las Vegas e sapere qualcosa anche della città vecchia, Downtown, qui trovate l'articolo di Paola, l'organizzatrice, insieme a Gianni, di questo viaggio.
Le riproduzioni sono a volte grossolane, come nel caso della fontana di Trevi, altre volte estremamente realistiche, come Little Venice, ma la verosimiglianza non è un parametro da prendere in considerazione per queste meraviglie del kitsch, l'idea non è quella di imitare i capolavori senza tempo delle varie città, io l'ho visto più come un omaggio, una dichiarazione programmatica: Las Vegas è di tutti e ne ha per tutti, da qualunque parte del mondo proveniate, Las Vegas vi dà il benvenuto e vuole farvi sentire a casa.
Venite e spendete, amici cinesi! Del vostro capodanno non ce ne frega una cippa, ma i vostri soldi sono benvenuti, deve aver pensato l'astuto proprietario del Venetian.
Questo "hotel", peraltro è quello, a nostro avviso, più impressionante per quanto riguarda la questione parco giochi di cui scrivevo sopra. Le virgolette sono doverose perché queste strutture non sono mai solo alberghi, ma veri e propri centri multi-attività. All'interno si trovano casinò, gallerie di negozi, ristoranti, palestre, SPA e intrattenimento di ogni tipo. Ogni hotel è una sorta di cittadella autonoma che potrebbe chiudere i propri ponti levatoi al resto del mondo e sopravvivere, come perfetto modello autarchico, per mesi, forse anni.
A ben vedere, osservando alcuni soggetti, verrebbe da pensare che davvero abbiano perso il conto del tempo tra un giro alle macchinette e una sbronza a bordo piscina.
Ma parlavamo del Venetian. Ebbene, se si ignora il paesaggio circostante, sembra davvero di stare a Venezia. È chiaro che a uno sguardo più approfondito i dettagli tradiscano la riproduzione, ma è comunque un colpo d'occhio abbastanza straniante. I turisti si fanno le foto sotto i monumenti e a sbirciare alcune inquadrature, sembra che facciano apposta a escludere tutto il resto, stringere sul soggetto e sul monumento nello sfondo, forse per fingere, anche solo per scherzo, di essere davvero nella città cui quel monumento corrisponde.
Chiudo questo breve resoconto su Las Vegas mettendovi il link del portale VisitLasVegas, dando una rapida scorsa al quale si può capire quanto io non mi sia voluta particolarmente impegnare nel godermi appieno questa città. Un'occasione persa per me!
In tarda mattinata ci rimettiamo in viaggio alla volta della nostra prossima meta: Williams, una cittadina finto Old West, collocata in una posizione strategica per il Grand Canyon.
Scavallato il confine tra il Nevada e l'Arizona, lungo la strada vediamo le indicazioni per Seligman, che la nostra guida ci segnala come paesino caratteristico e quindi decidiamo di fermarci a visitarlo.
Da questo momento in poi, per una decina di giorni buoni, le "città" che visiteremo, raramente supereranno i 1000 abitanti. Sarà un viaggio nell'America rurale (più ancora quando vireremo verso sud) dei paesini di provincia, collegati tra di loro da strade deserte su cui, lasciato un paese, percorreremo centinaia di chilometri prima di incontrarne un altro. Questi paesini, tutti urbanisticamente costruiti allo stesso modo, non potendo vantare centri storici a volte millenari come molti in Europa (e soprattutto in Italia), sono sempre articolati intorno a una strada principale (quasi sempre Main Street) su cui si concentra la maggior parte delle attività commerciali, e da cui si dipana a destra e a sinistra un reticolo di stradine secondarie e vicoletti in un perfetto schema di cardi e decumani.
Seligman non fa eccezione. Collocata nella contea di Yavapai in Arizona, all'ultimo censimento (2000), contava 456 abitanti (fonte: Wikipedia). Dagli anni '20 è stata inserita nella Route 66, storica Highway federale aperta nel 1926 che originariamente collegava Chicago alla spiaggia di Santa Monica a Los Angeles, poi rimossa dal sistema delle highway quando esso stesso fu rimpiazzato dall'Interstate Highway System.
Oggi la U.S. Route 66 esiste come Historic Route 66.
Tagliata fuori poco a poco a partire dagli anni '70 (con l'inizio della costruzione della Interstate 40) ad oggi è una cittadina disabitata che sopravvive solo grazie al turismo legato alla Historic Route 66.
Come dicevo anche Seligman risponde allo schema urbanistico che ho descritto poco sopra e quindi più che farsi una passeggiata lungo la Main Street non c'è molto da vedere. Quasi tutti gli edifici sono costruiti in legno (ma questo non solo in omaggio all'Old West, è proprio una caratteristica americana) e i negozietti sono molto caratteristici anche se alla lunga sono tutti simili.
Ciò di cui beneficiamo sempre è il silenzio e la solitudine. L'essere fuori stagione ci permette di immergerci completamente nell'atmosfera circostante ed essendo finalmente tornati ad una dimensione più raccolta, che ci è decisamente più congeniale, indugiamo qualche minuto in più ad ascoltare il rumore dei nostri stessi passi lungo la strada.
Il clima è mite, il sole scalda, c'è un po' di neve ai bordi della strada, ma si sta bene senza giacca. Il silenzio è perfetto, rotto solo dal cinguettio di qualche uccellino o dall'abbaiare lontano di qualche cane da guardia.
Chiudo gli occhi, rivedo le scene di mille film girati in paesi come questo, Marito cerca disperatamente un caffè, io mi beo del fatto che non si veda una macchina in nessuna direzione.
Siamo tra gli ultimi esseri umani sulla Terra, è in corso un'apocalisse zombie e questo è l'ultimo fortino di difesa che ci è rimasto. Il ka ce lo ha fatto trovare.
Entriamo nel negozio di anticaglie del Mondo di Prima e ci sediamo intorno al fuoco del caminetto con i compagni e le compagne che ci stavano aspettando. Mangiamo la nostra zuppa mentre ricordiamo leggende di Jericho Hill e del Corno di Eld.
Non avete ancora iniziato la Torre Nera? Qui sembra di esserci dentro.
Inspirata abbastanza mitologia americana a Seligman, ci rimettiamo in marcia per raggiungere Williams, altra cittadina sulla Historic Route 66, un po' più grande, ma solo se si conta l'intera città, comprensiva anche della parte nuova. Tutta Williams ha infatti circa 3000 abitanti, ma la zona più vecchia (per quanto può essere vecchio qualcosa di costruito dall'uomo negli USA) è composta dalla solita Main Street su cui si affacciano una banca, un ufficio postale, diversi pub, ristoranti e hotel.
Come scendiamo dalla macchina, ci rendiamo conto che la temperatura è scesa di botto. La pecca di essere qui in questa stagione (prima ne ho enunciato i lati positivi, ma ci sono anche dei risvolti negativi) è legata al fattore luce. Alle 17.30 il sole comincia a tramontare e alle 18 è già tutto buio. La foto qui accanto è stata scattata poco più tardi delle 19 e come vedete sembra notte fonda. E la conseguenza che patiremo davvero in merito all'essere fuori stagione è la questione climatica.
Già di per sé queste zone risentono del clima dei deserti limitrofi e c'è quindi un'escursione termica spaventosa tra giorno e notte, in più la temperatura era nettamente scesa di quasi 5° rispetto a Seligman. Fatto sta che dopo aver fatto check-in nel nostro hotel ed esserci rilassati un po', proviamo a uscire per una passeggiata che però si rivela proibitiva per l'abbigliamento che abbiamo addosso e non solo addosso, ma in generale (nel senso che non ci eravamo portati vestiti adatti per la neve - che non pensavamo di trovare, ma di questo parlerò meglio nelle prossime puntate) e quindi dopo pochi passi ci si intirizziscono le dita di mani e piedi e decidiamo di rifugiarci in un diner molto vicino al nostro hotel.
Il posto sembra essere uscito da un film (ma scopriremo che se tutti i diner sembrano essere usciti da un film è perché sono fatti proprio così nella realtà!) con i tavoli in vetrina, le classiche poltroncine rosse al posto delle sedie, il contenitore di salse di ogni tipo e natura su tutti i tavoli e la cameriera che ogni due minuti ti viene a chiedere se vuoi altro caffé, Coca Cola, acqua, ecc...
Mangiamo dell'ottimo fegato con cipolle (Marito) che scopriamo essere una specialità anche americana (e se non mi credete ecco qui una ricetta che s'intitola The everlasting pleasures of liver and onions) e una mega lombata di vitello (coperta di salsa) con più o meno un chilo di patatine fritte accanto (io) il tutto accompagnato da dell'ottima tap water (acqua del rubinetto) con mezza ghiacciaia in ciascun bicchiere. Sì, ti portano l'acqua con ghiaccio (senza che tu glielo chieda) anche con 0° fuori. E tu sorseggi quest'acqua ghiacciata mentre osservi la condensa formarsi sulla finestra accanto a te e ti chiedi che cazzo di problema abbiano gli americani.
Sbafata la nostra cena all'orario dell'aperitivo (noi siamo abituati a mangiare molto più tardi, ma svegliandoci presto ogni mattina per sfruttare al meglio le ore di luce, abbiamo spostato il nostro bioritmo di due ore indietro e così si cenava alle 19 quando era tardi!) corriamo - letteralmente - in albergo e ci buttiamo, congelati, sotto le coperte, ormai certi di non superare la notte.
E invece!
Estratto dal nostro diario di viaggio:
Oggi è stata una giornata un po' più rilassante: abbiamo fatto un giro a Las Vegas (di giorno non rende come di notte, ma si gira meglio) e abbiamo curiosato dentro tutti gli hotel... Il nostro era piuttosto bello: il Flamingo. Era direttamente sulla Strip e dentro era immenso. Aveva il Casinò, la SPA, la palestra, un centro commerciale e mille altre cose, ma visitando gli altri ci siamo resi conto che quello era niente! Il kitch che riescono a raggiungere il Caesar e il Venetian non ha confini!!!
Leggi la prossima puntata qui!
Già di per sé queste zone risentono del clima dei deserti limitrofi e c'è quindi un'escursione termica spaventosa tra giorno e notte, in più la temperatura era nettamente scesa di quasi 5° rispetto a Seligman. Fatto sta che dopo aver fatto check-in nel nostro hotel ed esserci rilassati un po', proviamo a uscire per una passeggiata che però si rivela proibitiva per l'abbigliamento che abbiamo addosso e non solo addosso, ma in generale (nel senso che non ci eravamo portati vestiti adatti per la neve - che non pensavamo di trovare, ma di questo parlerò meglio nelle prossime puntate) e quindi dopo pochi passi ci si intirizziscono le dita di mani e piedi e decidiamo di rifugiarci in un diner molto vicino al nostro hotel.
Il posto sembra essere uscito da un film (ma scopriremo che se tutti i diner sembrano essere usciti da un film è perché sono fatti proprio così nella realtà!) con i tavoli in vetrina, le classiche poltroncine rosse al posto delle sedie, il contenitore di salse di ogni tipo e natura su tutti i tavoli e la cameriera che ogni due minuti ti viene a chiedere se vuoi altro caffé, Coca Cola, acqua, ecc...
Mangiamo dell'ottimo fegato con cipolle (Marito) che scopriamo essere una specialità anche americana (e se non mi credete ecco qui una ricetta che s'intitola The everlasting pleasures of liver and onions) e una mega lombata di vitello (coperta di salsa) con più o meno un chilo di patatine fritte accanto (io) il tutto accompagnato da dell'ottima tap water (acqua del rubinetto) con mezza ghiacciaia in ciascun bicchiere. Sì, ti portano l'acqua con ghiaccio (senza che tu glielo chieda) anche con 0° fuori. E tu sorseggi quest'acqua ghiacciata mentre osservi la condensa formarsi sulla finestra accanto a te e ti chiedi che cazzo di problema abbiano gli americani.
Sbafata la nostra cena all'orario dell'aperitivo (noi siamo abituati a mangiare molto più tardi, ma svegliandoci presto ogni mattina per sfruttare al meglio le ore di luce, abbiamo spostato il nostro bioritmo di due ore indietro e così si cenava alle 19 quando era tardi!) corriamo - letteralmente - in albergo e ci buttiamo, congelati, sotto le coperte, ormai certi di non superare la notte.
E invece!
Estratto dal nostro diario di viaggio:
Oggi è stata una giornata un po' più rilassante: abbiamo fatto un giro a Las Vegas (di giorno non rende come di notte, ma si gira meglio) e abbiamo curiosato dentro tutti gli hotel... Il nostro era piuttosto bello: il Flamingo. Era direttamente sulla Strip e dentro era immenso. Aveva il Casinò, la SPA, la palestra, un centro commerciale e mille altre cose, ma visitando gli altri ci siamo resi conto che quello era niente! Il kitch che riescono a raggiungere il Caesar e il Venetian non ha confini!!!
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